In viaggio verso gli Stati Uniti

Quando viaggio mi dimentico della tecnologia, sono troppo presa e assorbita da ciò che mi circonda e social networks, internet, anche Trips in Sips possono aspettare.

Sono appena tornata dal mio viaggio Coast to Coast americano e sono ancora un po’ rimbambita dal jet leg che mi ha davvero messa K.O e inoltre avevo voglia di godermi famiglia e amici per qualche giorno prima di mettermi a scrivere e a studiare.Pronta!

Ho davvero un sacco di cose da raccontarvi, tantissime cose mi sono successe in questo mese e mezzo negli States, e voglio provare a raccontarvele come se ci foste stati anche voi li con me.

Gli Stati Uniti sono sempre stati un sogno per me, una di quelle destinazioni che morivo dalla voglia di vedere sin da quando ero una sbarbi dodicenne; grattacieli, viali alberati, viste mozzafiato,  splendidi panorami, grandi strade, folle di gente, multiculturalismo, musica, sogni che si avverano.. insomma ero pronta e a gennaio, per il mio compleanno, mi sono fatta questo regalo con un gruzzolo che avevo da parte. Un mese e mezzo per vedere il più possibile.

Il mio volo era previsto per le 16 del 1 maggio da Milano Malpensa diretto fino a New York JFK, ed è stato una giornata pazzurda. Sono imprevistofobica, ma con buoni motivi per esserlo dato che me ne succedono di tutti i colori e che la nuvola di Fantozzi mi perseguita da quando ho emesso il mio primo vagito. Treno Venezia-Milano ore 7.20 del mattino. Tutto pronto per la tanto agognata partenza, mamma Claudia sveglia e pronta per accompagnarmi alla stazione, saliamo in macchina.. la macchina non parte, morta, addio, ciao.

PANICO.

Autobus che non passerà mai perché è il primo maggio decido di scammelarmela a piedi con un valigione più grande di me, che pesa 26kg sotto la pioggia scrosciante. Una gioia, mai. 

Faccio l’ultimo pezzo di strada correndo mi catapulto in treno e le porte si chiudono giusto giusto dietro le mie spalle. Finalmente posso respirare e ripigliarmi n’attimo mangiando un panino al prosciutto alle 7 di mattina, non sia mai che la corsa appena fatta mi abbia fatto perdere qualche caloria. Dopo circa due ore di treno arrivo alla stazione di Milano da dove poi prenderò una navetta per raggiungere l’aeroporto. Biglietto alla mano precedentemente pagato su internet, lo mostro all’autista che mi dice:

“Signorina, ma questo biglietto è per il 30 maggio!”

Bravissima Giulia, la più sveglia di tutti! Si corre di nuovo: la banca più vicina, ritiro e compro un nuovo biglietto. ‘Sto viaggio mi ha già ucciso prima ancora di iniziare. Dopo le varie peripezie arrivo in aeroporto, faccio il check in, spedisco quella valigia maledetta faccio i controlli di sicurezza e alleluia mi siedo. Ho fame di nuovo. Possibile che io abbia fame 24 ore al giorno?

Finalmente cominciano l’imbarco, io ho CHIARAMENTE l’ultimo gruppo di imbarco segnato sul mio biglietto e dopo aver imbarcato famiglie con bambini, disabili, business class, cavalli, cani, zebre e leoni finalmente arriva il mio turno.

È il mio primo volo intercontinentale e tutte le volte che ho preso l’aereo erano sempre per tratte brevi. Questo aereo Emirates èChicceriaenorme: due piani, sedili spaziosissimi, super comodi, ognuno con il proprio minischermo con centinaia di film a disposizione, giochi e tanto altro. Lo schock mi pervade. Mai visto una chiccheria più chiccosa di questa. Avevo un cuscino e una coperta tutta mia e a breve saremmo decollati, ero stanchissima: la notte prima non avevo chiuso occhio per la troppa eccitazione inoltre la mattinata era stata impegnativa quindi non vedevo l’ora di dormire! Ma prima, vedo che nella tasca davanti a me ci sono tre adesivi uno che dice “Non svegliatemi!”, un altro “Svegliami per il cibo” e l’ultimo “Svegliami per il Duty Free”, facilissimo capire quale fosse il più adatto. Appena appoggio la testolina sul cuscino cado in un sonno profondo che ciaone ci vediamo a New York.

O.OLa gentilissima hostess con 45 denti bianchissimi mi sveglia per nutrirmi e dopo aver soddisfatto il mio primario bisogno decido di fare una gita in bagno. Il bagno più fico che io abbia mai visto: boccette con crema mani, sapone super chic, carta super chic, tutto super chic che quasi quasi avrei voluto rimanere lì per il resto del volo. Me ne torno a sedere e poco dopo la fine di Kung Fu Panda 3 arriva il momento dell’atterraggio e il cuore comincia a battermi forte che lo sento nelle orecchie, la Giulia dodicenne dentro di me faceva le capriole.

Atterro a JFK alle 7 di sera americane, dopo 9 ore di volo e la mia gioia è incontenibile, gioia che viene azzerata alla vista di una lunghissima fila di persone al controllo passaporti. Sapevo già che i controlli all’arrivo sono molto scrupolosi ma non pensavo di metterci due ore a uscire dall’aeroporto. Arriva il mio turno, la poliziotta più imbronciata della terra mi guarda, guarda il passaporto e mi riguarda.. so di essere sfatta dal viaggio, di essere brutta infame e di sembrare una spacciatrice di eroina dei ragazzi dello zoo di Berlino, ma sono io quella sul passaporto! Non mi sembra convinta e comincia a farmi il terzo grado: da dove vieni? dove vai? Dove alloggerai? Con chi? Per quanto? Hai un biglietto di ritorno? Quando? Con quale compagnia?

Hai cibo nella valigia?

Stereotipi.

Dopo questo lungo interrogatorio mi dirigo verso il nastro bagagli recupero la valigia e mi dirigo verso l’uscita a respirare della buona, fresca, super inquinata aria di New York. Ce l’avevo fatta, avevo attraversato l’oceano, sono dall’altro lato. Dovevo raggiungere Penn Station dove la mia amica Chiara mi stava aspettando, lei era li già da gennaio per l’Erasmus., ma come le scrivo? Niente Wifi in aeroporto, telefono fuori servizio, mi verrà in mente qualcosa. Prendo il biglietto per la navetta, salgo e BOOM Wifi! Comunico al parentado che sono viva e vegeta e scrivo a Chiara che tra un’oretta sarò a Penn Station.

Il signorotto nero tutto panza che guida la navetta prima di partire ci avverte che la sua guida sarà un po’ spericolata e che se vogliamo ci sono le cinture di sicurezza e prima di mettersi a sedere urla un WE ROLLIN’ che mi uccide l’anima e mi sento davvero in un film americano.

Correndo per le strade di Manhattan io rimango a bocca aperta e non riesco a staccare il naso dal finestrino: le luci, i grattacieli era proprio tutto come avevo sempre immaginato e visto in TV!

Una volta arrivata a Penn Station vedo Chiara dall’altro lato della strada con un palloncino rosa di benvenuto, l’abbraccio forte eChiaretta!dopo una cenetta in camera sua nel campus della sua università decido che è ora di dirigermi verso l’ostello perché il mio corpo ha davvero bisogno di un letto. Un’altra ora di sfide attende Giulia: nella metropolitana non ci sono scale mobili, solo un ascensorino fatiscente per le persone il carrozzina che in realtà era più il bagno dei barboni. Prendo le valige, compro il biglietto, a fatica passo i tornelli e ad ancora più fatica trovo il punto giusto per prendere la metro giusta che mi porti nel Queens, dove alloggerò. Nessuno mi degna di uno sguardo, nessuno mi aiuta a scendere le scale con le valige. Grazie!

Salgo in metropolitana ansimante di fatica e dopo 15 minuti scendo, e altre scale mi attendono. Ricordo a voi tutti che ero sprovvista di internet e di mappe e per strada nel Queens a mezzanotte non c’è nessuno. Quindi mi son detta “Prima o poi lo troverò ‘sto ostello” infatti, molto più poi che prima, dopo chilometri su e giù per lo stesso stradone scorgo un edificio con delle luci colorate e come una rivelazione divina mi trovo davanti alle porte del Q4 Hotel!

“Si, ce l’ho fatta, finalmente posso dormire! Aspetta, perché queste porte non si aprono? Vuoi vedere che la reception chiude di notte?!”

In preda alla disperazione comincio a bussare sul vetro della porta, nessuna risposta.

PANICO.

Sbatto i pugni contro i vetri, provo a spingere. NIENTE, NON SI APRE.

Ad un certo punto un ragazzo, che avrà avuto la mia età, fa capolino, mi guarda, viene verso di me e apre la porta: stavo spingendo invece di tirare. Brava Giulia, congratulazioni per la tua prima figura di merda! Il ragazzo gentilissimo è il receptionist che mi fa fare il check-in e mi spiega come funziona nell’ostello. Mentre faccio il check-in c’è uno che dipinge i muri con dei disegni di Keith Hiring e la musica di sottofondo è Drake e mi sento già a casa.

:)Stanca morta mi tuffo a letto con un triplo salto carpiato, cercando di fare il meno rumore possibile per non svegliare le mie compagne di stanza, e mi addormento istantaneamente a contatto col cuscino con un sorriso da ebete che mi accompagnerà per il resto della mia avventura.

Giulia

 

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